AGLIO, Il partito che non c'è
POST
Un blog di politica "virtuale, possibile e impossibile" a più mani... perchè è bello parlare e credere che "un mondo migliore sia davvero possibile"...


martedì, maggio 25, 2004

no global amano le okkupazioni di lusso di PAOLO DECRESTINA
Il centro sociale Garibaldi vale 7mila euro al metro, 5mila quello in Darsena. I disobbedienti prediligono la Milano di prestigio
Un intero edificio in Brera. Una villetta d'inizio '900 in zona Fiera oppure una casa di due piani vista Darsena. I no global milanesi, bisogna ammetterlo, se li scelgono con cura i loro centri sociali. Zone di lusso, zone da 5mila euro al metro quadro. D'altronde, ai no global, occupare una casa non costa nulla. Basta che entrano, mettono dentro qualche branda e fanno i propri comodi. Che tanto nessuno viene a rompergli le scatole. Tanto vale allora che scelgano un bel posto da invadere. Centrale, ben servito dai mezzi, meglio ancora se con un giardino dove mangiare all'aper to. Oppure, la soluzione adottata dagli "antagonisti" di Milano è un'altra. Si prendono sì uno stabile in periferia, però di proporzioni mastodontiche. Un esempio? La casa occupata di via dei Transiti. O meglio, la palazzina occupata. Centinaia e centinaia di metri quadrati a disposizione delle attività disobbedienti. Ma per godere a pieno del buon gusto in fatto di immobili del popolo di Seattle, analizziamo, caso per caso, casa per casa, alcune delle dimore di prestigio diventate negli anni centri sociali, usando come metro di paragone il prezzo al metro. Settemila euro Iniziamo la nostra rassegna con il centro sociale Gari -baldi , situato nell'omonimo corso. Siamo in pieno centro, a due passi dalla prestigiosa via Moscova, dove le case costano quasi quindici milioni di vecchie lire ogni metro quadrato. Lo stabile è su più piani con tanto di enorme giardino. Difficile, quindi, quantificare il prezzo astronomico dell'intera area che tuttora è di proprietà del Comune. Prima che arrivassero i no global, infatti, qui sorgeva la Casa degli Artisti. Luogo di fantasia e di ritrovo per quelli con la creatività particolarmente sviluppata. L'abbandono progressivo dell'area da parte dell'amministrazione, ha fatto venire l'acquolina alla bocca no global. Il centro sociale, ormai, vive da più di vent'anni e la sua "missione" è quella di monitorare il territorio e denunciare l'abusivismo edilizio. Cinquemila euro Da Brera ci spostiamo a Sud, nel popolare ma ormai molto chic quartiere dei Navigli. I no global, anche qui, mica si sono presi una casa a ringhiera qualsiasi. Hanno pensato bene di occupare una casetta di due piani all'angolo tra viale Gorizia e via Vigevano. Tradotto in soldoni, un appetibile stabile d'epoca vista Darsena. Gli antagonisti l'hanno fatta loro più di venti anni fa, tanto che ormai hanno praticamente usucapito l'immobile. Da "Adrenaline", il centro sociale è diventato " La Cueva ", luogo dove organizzare mostre d'arte alternative e sparare musica rock a tutte le ore. Sulla stessa linea di prezzo si trova anche l' "hangar" in via Friuli, a due passi da piazza Cinque Giornate, sede del centro sociale Vittor ia .I no global, almeno stavolta, nel prendersi questo enorme e prestigioso spazio, hanno fatto le cose in regola. Tramite un'associazione culturale, i disobbedienti hanno ottenuto questo spazio di centinaia di metri quadrati e, pagando un affitto, l'hanno trasformato in uno dei punti fermi dell'antagonismo. Quattromila euro Zona Fiera, via Monterosa. Anche qui le case costano un occhio della testa: almeno quattromila euro al metro quadrato. Al civico 84 sorge una splendida villetta d'inizio Novecento. Soffitti alti, tre piani, giardino interno con piante rampicanti. Nello scantinato di questo meraviglioso esempio d'arte d'inizio secolo scorso, sino a fine anni '80, c'era il Derby Club. Il locale cult della comicità milanese, il padre dell'attuale Zelig per intenderci. Dopo aver cresciuto i più grandi cabarettisti lombardi, il Derby chiuse i battenti e, abbandonato dalla proprietà che lo aveva gestito fino a quel momento, fu conquistato nel 1991 dai Collettivi Studenteschi milanesi che ne fecero la base del loro coordinamento e lo chiamarono "Cantiere". I no global di licei e università, tuttoggi, sono tra i più attivi a Milano e hanno creato anche una sorta di laboratorio musicale multimediale. Tremila e cinquecento euro Quasi sette milioni di vecchie lire al metro. Questo è il tariffario della zona Sarpi-Monumentale, il quartiere che ospita il Deposito Bulk . I no global dalla bomboletta facile (hanno letteralmente ricoperto di graffiti tutte le vie circostanti), sgomberati da via Don Sturzo si trasferirono quattro anni fa in quella exfabbrica dismessa dell'Enel. Questo grandissimo lotto di terreno era poi passato di mano tra due immobiliari prima di finire nelle grinfie dei disobbedienti del Bulk. Ora, il centro sociale è uno dei più attivi e rumorosi di Milano. Ne sanno qualcosa i residenti che sono costretti almeno una volta a settimana a sentire musica a tutto volume fino all'alba. Tremila euro La zona non è la più lussuosa di Milano. Anzi. Quello di viale Monza è un quartiere popolare. Ma proprio per non essere da meno ai colleghi del centro, i no global della casa occupata di via dei Tr a n s i t i hanno preso un'intera palazzina. Nei vari appartamenti i disobbedienti accolgono immigrati, organizzano eventi e ospitano un ambulatorio per stranieri. È uno dei più antichi centri sociali di Milano con una militanza pluridecennale e, nonostante la zona poco costosa, la grandezza dei suoi spazi lo renderebbe costosissimo a un eventuale acquirente. Poco tempo fa, la proprietà aveva messo in vendita alcuni degli alloggi occupati in via dei Transiti. Loro, i no global, hanno protestato un'intera mattina davanti al Tribunale. Quella casa così grande, quei numerosissimi appartamenti dovevano (e dovranno sempre) essere tutti loro. Senò che figura ci facevano, poi, coi loro colleghi di Brera, con quelli dei Navigli o quelli della villetta coperta d'edera in zona Fiera?

postato da Magoo | 17:48 | commenti (4)

martedì, maggio 18, 2004

Iniziativa di Cappato contro il Decreto Urbani

Disobbedienza civile di Marco Cappato contro il decreto Urbani sulla pirateria cinematografica .

Marco Cappato, deputato europeo della Lista Emma Bonino, ha violato pubblicamente il "Decreto Urbani", che si appresta ad essere convertito in legge dal Parlamento italiano nella giornata di oggi. Il Decreto, in contrasto con la normativa dell'Unione europea criminalizza lo scambio a fini non-commerciali di materiale digitale, mettendo in atto sanzioni importanti per reprimere un comportamento che coinvolge abitualmente milioni di persone nel nostro Paese.

«Il decreto Urbani - ha dichiarato ieri Cappato - rappresenta un tentativo maldestro e pericoloso di coprire con la repressione il ritardo accumulato dalle imprese cinematografiche nel mettere a disposizione in forma legale i contenuti digitali. L'azione di disobbedienza civile, che realizzerò in diretta davanti alla stampa previo avviso alle forze dell'ordine, non sarà volta a contestare il diritto d'autore in quanto tale (diritto che può sopravvivere soltanto se applicato in forme adeguate alle nuove tecnologie), ma la criminalizzazione di comportamenti diffusissimi per i quali è doverosa ed urgente una appropriata regolamentazione. In particolare violerò l'articolo 174ter della legge 22 aprile 1941 n.633, comma 2bis, fruendo di un'opera cinematografica o parte di essa per via telematica».

«Se il decreto fosse convertito in legge - prosegue - il comportamento oggetto dell'azione di disobbedienza civile rischierebbe di essere punibile con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da cinque a trenta milioni di lire. Il Decreto Urbani invece decadrà se, come ci auguriamo, non sarà convertito in legge prima del 22 maggio».

Il decreto considera pirata mette a disposizione del pubblico per via telematica, anche mediante programmi di condivisione di file tra utenti, un'opera cinematografica o assimilata protetta dal diritto d'autore, o parte di essa, mediante reti e connessioni di qualsiasi genere, ovvero, con le medesime tecniche, fruisce di un'opera cinematografica o parte di essa. In questi casi la pena consiste in una sanzione amministrativa pecuniaria di euro 1500, nella confisca degli strumenti e del materiale e nella pubblicazione del provvedimento su un giornale quotidiano a diffusione nazionale e su un periodico specializzato nel settore dello spettacolo.

Sanzioni penali sono invece previste per chi agisce a scopo di lucro. In questo caso si parte da multe da 5 a 30 milioni di vecchie lire sino ad arrivare alla reclusione da 6 mesi a tre anni (in base alla legge 22 aprile 1941, articolo 171-ter). Allo scopo di rendere effettivi i controlli, il decreto introduce alcune norme sulla collaborazione tra service provider e autorità. I "fornitori di connettività e di servizi" sono obbligati a comunicare alle "Autorità di polizia delle informazioni in proprio possesso utili all'individuazione dei gestori dei siti e degli autori delle condotte segnalate". Gli stessi devono poi "porre in essere tutte le misure dirette ad impedire l'accesso ai siti o a rimuovere i contenuti segnalati". Per i server infine che non provvedessero "ad informarne il Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell'interno" sono introdotte sanzioni amministrative pecuniarie da 50.000 a 250.000 euro.

A download appena iniziato, sono intervenuti otto funzionari della Polizia Postale, che hanno identificato Marco Cappato senza peraltro interrompere lo scaricamento del film, del quale sono state mostrate le prime sequenze. Sono stati raccolti i dati di Marco Cappato, ed è stato annunciato che in un secondo tempo sarà deciso in che modo procedere.















postato da LeonardoArturoVincenzo | 22:43 | commenti (1)

giovedì, maggio 13, 2004

La solita storia.

Uno può iniziare a cucinare sushi, ma saranno sempre più bravi i giapponesi. Ti compri la tavola da surf, impari, ma gli australiani ti surclassano. Puoi metterti in testa di suonare il bandoneon, ma vai in Argentina e il primo figliolo che incontri è più bravo di te.

Ecco. Quattro stronzi fascistelli americani hanno pensato di degradare una democrazia al ruolo di orrida torturatrice. A loro è andata male, sono stati scoperti e denunciati. Ma soprattutto, saranno sempre più bravi loro!

 

postato da LeonardoArturoVincenzo | 22:04 | commenti

domenica, maggio 09, 2004

Regaliamoci un sorriso:

http://images.google.it/images?q=facce%20da%20culo&hl=it&lr=&ie=UTF-8&oe=UTF-8&sa=N&tab=wi

postato da LeonardoArturoVincenzo | 21:42 | commenti

giovedì, maggio 06, 2004

DENUNCIA Negli ultimi 10 anni la comunità internazionale ha versato 7 miliardi di dollari in aiuti, senza veri controlli

Ragazzi palestinesi, lezione di odio

di ERN ESTO GALLI DELLA LOGGIA

Ignoro se un ufficio del nostro ministero degli Esteri o di qualche altro ministero abbia seguito tale programma, ma è certo che, se ve n’è stato uno, il suo responsabile dovrebbe forse qualche spiegazione all’opinione pubblica italiana per l’uso menzognero e ferocemente antiebraico che è stato fatto del denaro del contribuente italiano. Ne sono una prova i manuali scolastici che da anni l’Autorità palestinese va introducendo nelle sue scuole al posto dei vecchi manuali giordani ed egiziani (che pure per parte loro non scherzavano) e sui quali ci informa adeguatamente un rapporto redatto da Yohanan Manor, vice-presidente del Center for Monitoring the Impact of Peace (Cmip), una ong americana specializzata nell’esame dei testi adoperati nelle scuole dei Paesi arabi: rapporto che leggo in francese con il titolo Les manuels scolaires palestiniens: une génération sacrifiée , Berg International éditeurs, 2003.
L’elencazione degli errori, delle omissioni e delle vere e proprie falsità ammannite agli studenti palestinesi dalle loro scuole è davvero impressionante. È degno di nota, tanto per cominciare, che in nessun testo si spenda una sola parola sugli accordi di Oslo o si menzioni mai il processo di pace. Ancora più significativo, però, è il fatto che dappertutto si passi nel più assoluto silenzio (o si neghi addirittura) l’esistenza nella regione di luoghi santi della religione ebraica. Nei manuali palestinesi, come in tutti quelli arabi, anche Abramo è presentato come «un monoteista musulmano e non idolatra». L’intento evidente è quello di contestare alla radice che gli ebrei abbiano mai avuto con quelle terre un qualche rapporto, affinché così il sionismo possa essere dipinto, per l’appunto, come una «creazione delle potenze imperialistiche nel cuore della Terra Araba, al fine di procurarsi una base in grado di aiutarle contro i Paesi arabi vicini», nonché venir additato insieme al nazismo come «l’esempio più evidente di ideologia razzista e di discriminazione esistente al mondo».
Ci sono così tutte le premesse per negare nella maniera più assoluta non solo la legittimità ma perfino la stessa esistenza fisica dello Stato di Israele che infatti è letteralmente e vigorosamente cancellato da tutte le carte geografiche che costellano questi testi (su 28 carte neppure una fa eccezione), così come del resto Israele non viene mai neppure citata con il suo nome. Si parla infatti solo e sempre di «Palestina araba» e si dice, per esempio, che «il Negev costituisce la metà della superficie della Palestina». Si arriva al punto di cancellare la dizione in ebraico «Eretz Israël» da un francobollo emesso all’epoca del mandato britannico che riportava la suddetta dizione accanto a quella in arabo e a quella in inglese di «Palestine».
Come ci si può immaginare i termini «ebreo», «sionista» e «israeliano» sono usati in modo assolutamente intercambiabile, e così nel manuale La nostra lingua araba si può tranquillamente leggere: «Perché abbiamo il dovere di lottare contro gli ebrei?», o in Educazione islamica : «Il tradimento e la malvagità sono alcuni dei tratti tipici degli ebrei. Bisogna dunque diffidarne». Con tali premesse non meraviglia che ai giovani palestinesi venga proposto un esercizio come il seguente: «Spiegare le ragioni che hanno indotto gli europei a perseguitare gli ebrei»; al quale quesito il manuale in questione ( Storia degli arabi e del mondo moderno ) suggerisce le risposte del caso (per esempio «l’inclinazione degli ebrei al fanatismo razziale e religioso») arrivando alla conclusione che comunque «la persecuzione fu auspicata dagli ebrei stessi» al fine di realizzare la «sionizzazione degli ebrei del mondo».
Del resto non a caso un vago impegno sottoscritto nel duemila da alcuni Paesi arabi e dall’Autorità palestinese per inserire la Shoah nei loro programmi di insegnamento suscitò una sollevazione generale presso le rispettive opinioni pubbliche, e non a caso tale sollevazione si indirizzò contro la «cultura della pace» definita una versione americana della globalizzazione, il cui scopo sarebbe stato «la cancellazione della memoria delle nazioni, del loro retaggio nazionale e della loro storia». In armonia con questo apprezzamento per la «cultura della pace» i manuali dove studiano i giovani palestinesi presentano la Jihad come «il dovere religioso di ogni musulmano maschio o femmina» sottolineando come «i combattenti Jihad martiri sono le persone più onorate dopo i profeti». La glorificazione del martirio e del martire (shahid) è esplicitamente inclusa tra gli obiettivi pedagogici del sistema di istruzione agli ordini di Arafat, il quale - è bene ricordarlo - è stato per parecchi anni proprio ministro dell’Educazione dell’Autorità palestinese. Si legge a chiare lettere in un manuale per gli allievi dell’ottavo livello: «I vostri nemici cercano la vita, voi cercate la morte. Essi cercano le carogne con cui riempire i loro stomaci vuoti, voi cercate un giardino grande come il Cielo e la Terra. Non temete di affrontarli, poiché la morte non è amara nella bocca del credente».
Tutto questo - lo ripeto - è stampato, distribuito e insegnato a spese anche di chi sta leggendo in questo momento queste righe attraverso la Commissione europea nonché un’agenzia apposita delle Nazioni Unite, l’Unrwa. Quest’ultima per la verità ha fatto, sì, qualche tempo fa un timido tentativo di reagire, ma ha rapidamente battuto in ritirata dopo gli attacchi della stampa egiziana che per bocca dell’autorevole «al-Ahram» ha attaccato violentemente la sempre detestatissima «cultura della pace» a suo dire predicata dall’Unesco, nonché il connesso progetto educativo consistente nel voler «cambiare i programmi scolastici dei Paesi arabi per suscitare nei giovani l’avversione alla guerra e dare un’immagine accettabile di Israele». Comunque l’Unrwa - va detto dietro pressione del Congresso Usa - un tentativo almeno di reagire alle falsificazioni antisemite alle quali vengono educati i ragazzi e le ragazze palestinesi lo ha fatto; il commissario europeo Chris Patten, invece, neppure quello. Si è ipocritamente trincerato dietro il particolare tecnico che Bruxelles si limita a finanziare la produzione e la stampa dei manuali ma non può permettersi alcuna ingerenza né nella loro redazione né nel loro uso: un esempio memorabile, come si vede, di quella dedizione ai valori della democrazia e della verità di cui l’Unione Europea proclama da sempre di essere una rocca inespugnabile.


Cultura


postato da LeonardoArturoVincenzo | 16:02 | commenti (5)

martedì, maggio 04, 2004

Il grave errore di un ritiro alla Zapatero

IRAQ, NON CREIAMO LO STATO TERRORISTA

di GIOVANNI SARTORI

La guerra di Bush è stata un disastro. Ma l’Europa Zapatera prefigura un disastro ancor più colossale. Come ha detto Prodi, entrare in Iraq è stato facile, ma uscirne è difficile. Direi difficilissimo. Ma non per Zapatero: lui se ne va subito, e tanti saluti ai fessi che ci restano. Perché subito, anzi subitissimo? Una prima ragione è che questa era una promessa elettorale. Ma come studioso di elezioni non mi commuovo. So che pur di vincere una elezione abbiamo leader che promettono qualsiasi cosa, anche se sciocchissima. E poi, una promessa elettorale può anche essere onorata aspettando il momento giusto. Ma Zapatero non ha voluto aspettare neanche un mese perché ha scoperto - ecco la seconda ragione - che gli Stati Uniti non avrebbero mai ceduto a terzi (Onu o altri) il comando del loro migliore esercito, l’esercito che oggi è quasi tutto in Iraq. Davvero una grande scoperta che può folgorare solo chi non sa che mai, in tutta la storia del mondo, una grande potenza ha ceduto ad altri il proprio potere militare. Pertanto chi chiede agli Stati Uniti proprio questo non può che essere in perfetta malafede, non può non sapere che si tratta di una richiesta impossibile. Eppure Zapatero ha giustificato la rottura in questo modo. E così facendo ha creato un effetto domino anche sulla sinistra italiana. Che ora si trova costretta ad accodarsi all’estremismo di Bertinotti e del puerile coro dei «ciecopacisti» del quale si fa forte. Con tanti saluti, questa volta, alla credibilità di una sinistra seria e responsabile.
Torniamo all’Iraq. È vero: gli americani e chi li aiuta sono visti, in loco, come «occupanti». Non era difficile da prevedere, e questa è una delle tante ragioni che sconsigliavano l’invasione. Ma chi adotta la soluzione Zapatero è sicuramente visto come uno «scappante»: davvero una colossale vittoria per il fondamentalismo islamico che infiamma il Medio Oriente e che lo mobilita contro l’Occidente. Vincere la guerra non è vincere la pace. La pace Bush non sa più come vincerla; ma Zapatero ci insegna come si fa a perderla nel modo peggiore possibile.
Sicuramente, scappare non è una soluzione: aggrava i problemi. Ma nemmeno lo è lasciare gli americani a cavarsela (o non cavarsela) da soli. Sì, un castigo lo meritano. Ma ricordiamoci del marito che per far dispetto alla moglie fa un dispetto ancor più grosso a se stesso. Allora, qual è la soluzione? Tutti dicono che ci vuole una «svolta». D’accordo, ma quale svolta? Non potrà essere di prestare l’esercito americano alle Nazioni Unite né di far intervenire in Iraq le forze di un’organizzazione internazionale che non dispone di forze. Alcuni suggeriscono di coinvolgere i Paesi arabi moderati. Ma chi lo suggerisce dimentica che (Iran a parte) i Paesi arabi circostanti sono sunniti e quindi invisi alla maggioranza sciita degli iracheni.
Non dico che il problema sia senza soluzione. Ma la soluzione dipende dall’aver capito il problema. Gli americani hanno sprovvedutamente attaccato un Iraq che non era in alcun modo una base di guerra per il terrorismo islamico. Ma dalla loro sconfitta e dalla nostra fuga alla Zapatero uscirà proprio quello Stato terrorista che non c’era. L’Afghanistan, poverissimo, poteva fornire a Bin Laden soltanto campi di addestramento. Invece l’Iraq è ricco di petrolio e può fornire al terrorismo globale tutte le infrastrutture che andranno a produrre le armi chimiche e batteriologiche che ci possono davvero colpire a morte. Se si capisce questo, la soluzione si trova. Ma quando lo capiremo? Per ora è come se stessimo ancora discutendo, come accadeva a Costantinopoli, del sesso degli angeli.


Prima Pagina
















postato da LeonardoArturoVincenzo | 15:37 | commenti (6)

lunedì, maggio 03, 2004

I membri del Likud silurano il piano Sharon (da INTERNAZIONALE.IT)
Alfred E. SharonTerremoto nella politica israeliana, scrive Aldo Baquis sulla Stampa. Al termine di una giornata drammatica (segnata dall'uccisione di una famiglia di coloni a Gaza) i 200mila membri del Likud hanno bocciato la svolta del premier Ariel Sharon. Secondo gli exit poll pubblicati da tre reti televisive israeliane, il primo ministro è stato sconfitto nel proprio partito, a cui aveva proposto il progetto di disimpegno dai palestinesi e il ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza. Sharon ha dichiarato di rispettare il voto, ma che comunque non aveva alcuna intenzione di dimettersi.

Questo è un dittatore... lo bombardiamo? Ha anche le armi chimiche... le produce lui dopo ogni abbuffata... ;-)

Axell


postato da officine | 18:50 | commenti

sabato, maggio 01, 2004

Carramba, che democrazia!

Così si porta la democrazia in Iraq.
Prendere nota, e ripassare per la prossima lezione.




postato da absinthfreespirit | 00:45 | commenti (8)